Diari dal Sud

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Intervista a Chantal

Intervista a Chantal

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe nel mese di luglio a Lubumbashi le temperature sono ancora miti. Superata la mattutina confusione della Katuba, quartiere periferico di Lubumbashi, arriviamo a il Péage, casello autostradale che segna il confine tra l’area urbana e la brousse. Attendiamo il nostro turno per entrare nella strada Kasumbalesa presi d’assalto da venditori ambulanti che ci propinano panini, uova sode, bevande energizzanti ed un’ampia gamma di altri prodotti di dubbia provenienza. Attorno a noi, spossati dai loro possenti carichi di rame ed altri minerali, decine di camion attendono il loro turno per dirigersi nel vicino Zambia. Nella confusione più totale la scena di un bambino, intento a rubare la benzina dal serbatoio di uno di questi bisonti della strada, distoglie il mio sguardo finché anche noi partiamo alla volta della Kasumbalesa, destinazione Kanyaka. Arriviamo al villaggio di Kanyaka verso le 11 di mattina. Il sole è già alto e l’effetto dei suoi raggi comincia a sentirsi.

Sono un po’ pensieroso dato il ritardo maturato con le interviste rispetto alla tabella di marcia che, con l’équipe di AMKA Katanga, ci eravamo prefissati. (Ri)Scoprirò ben presto però che nella RDC come in Africa più in generale, il concetto di tempo e la pianificazione dello stesso sono due categorie in continua definizione. Kapushinski sosteneva che  « L’europeo e l’africano hanno un’idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in maniera opposta. Per noi il tempo esiste obiettivamente ed indipendentemente dall’uomo, ed è dotato di qualità  misurabili e lineari. […] Gli africani, invece, intendono il tempo in modo completamente opposto. Per loro si tratta di una categoria molto più flessibile, aperta, elastica, soggettiva. » 1 È l’uomo che influisce  sulla forma, sul corso ed il ritmo, nonché sull’esistenza stessa del tempo. Se noi quindi consideriamo il nostro rapporto col tempo come un conflitto insolubile che si conclude inevitabilmente con la sconfitta dell’uomo, il tempo in africa si manifesta per effetto del nostro agire: se cessiamo la nostra azione o non la intraprendiamo, esso sparisce. « Tradotto in pratica significa che se ci rechiamo in un villaggio dove deve tenersi una riunione e sul luogo non troviamo nessuno non ha senso chiedere “quando comincia la riunione?”. La risposta è scontata “quando tutti saranno arrivati. » 2

Con un certo sollievo, posso dire che quel lunedì alle 11 di mattina, nel villaggio di Kanyaka per la prima volta non c’è stato nessun contrattempo. Nei giorni precedenti, ad esempio, ogni attività era stata bloccata da un lutto che aveva coinvolto l’intero villaggio.

Parcheggiata la macchina all’ombra di un albero di mango (ahimè non era la stagione) entriamo nel centro di salute. Sedute sulla panchina posta all’entrata del centro vi sono 2 donne in attesa; una di loro con un bambino in braccio è visibilmente incinta. Procediamo verso l’ambulatorio dove incontriamo Karyl, l’infermiera nutrizionista responsabile dell’Unità Nutrizionale che ci accompagna nello svolgimento delle inchieste. Non tarda ad informarci che la madre seduta all’entrata è qui al centro per problemi legati all’alimentazione del figlio.

Chantal (nome di fantasia), è una madre di 22 anni, incinta e con un bambino di 22 mesi affetto da malnutrizione. Si trova al centro di salute di Kanyaka da due giorni su consiglio del personale sanitario di un lontano villaggio dove non era possibile ricoverarlo.  Il bambino, Mpundu (nome di fantasia), presenta tutti i sintomi del kwashiorkor una particolare forma di malnutrizione proteico-calorica tra i quali sintomi si possono annoverare: edemi, la depigmentazione della pelle e l’arrossamento dei capelli. Dopo esserci presentati ed aver spiegato le ragioni che ci spingono a fare queste interviste, Chantal accetta di farsi intervistare. Si tratta di un’intervista guidata che come spiegato nel precedente articolo

Nel precedente articolo  serve a comprendere quali sono le cause profonde della malnutrizione infantile.

Chantal ci spiega di essere sposata con un uomo di 27 anni e che è lei ad curare interamente le faccende domestiche oltre ad occuparsi in maniera esclusiva del settore agricolo, principale attività di sussistenza del nucleo familiare. Il marito, come molti in area rurale, si occupa del taglio della legna volto alla produzione del carbone che andrà poi a vendere nei mercati in città. Una piccola somma di denaro, chiamata Ration, è il contributo che il marito consegna quotidianamente alla donna per il sostentamento del nucleo familiare. Una cifra questa che solo raramente raggiunge  il valore di 1 € al giorno a persona.

Qual sono le malattie legate all’infanzia presenti nel tuo villaggio? E tra queste quali sono le più ricorrenti?

Sicuramente la dermatite e la cattiva sorte (mauvaise sorte) mentre la tosse e la malnutrizione sono quelle che colpiscono i bambini con maggiore frequenza.

Hai parlato di malnutrizione, dunque, questa per te è una malattia? La chiamate con qualche nome particolare nel villaggio?

Si la malnutrizione è una malattia, ma non ne avevo mai sentito parlare prima. La prima volta che me ne hanno parlato è stato al centro di salute del mio villaggio, dove mi hanno detto di recarmi qui a Kanyaka per la cura di mio figlio. Mi hanno detto che solo qua viene trattata. Nel villaggio non usiamo dei termini particolari per descriverla, semplicemente non è conosciuta.

Quindi non hai riconosciuto tu la malattia? cosa ti aveva allarmato?

No, infatti, non l’ho riconosciuta, è stato il personale medico del piccolo centro di salute del mio villaggio che mi ha detto che il bambino stava male e di venire qua. Prima l’avevo solo portato dai guaritori tradizionali quando ho scoperto di essere nuovamente incinta. Nel nostro villaggio facciamo così: dobbiamo proteggere il bambino dalla cattiva sorte nel caso di una nuova gravidanza. I guaritori preparano una corda alla quale legano delle piccole sacchette contenenti erbe e radici particolari. Poi prendono la corda e la legano alla vita del bambino. Questo dicono che serva a proteggerlo dalla cattiva sorte. Mi ha dato anche delle erbe da dargli per continuare la cura a casa. Dopo un po’ che il bambino prendeva queste erbe ha cominciato a gonfiarsi. Qui a Kaniaka mi hanno spiegato che questo gonfiore è dovuto alla malnutrizione e non alle erbe che prendeva. Si chiamano edemi. Mi hanno anche detto che se non lo curo, mio figlio può morire. Però non è una malattia grave, si può guarire.

Parliamo un po’ dell’alimentazione. Secondo te ci sono dei particolari alimenti che una donna deve assumere durante la gravidanza? te cos’hai mangiato?

Non credo. Io per esempio non ho cambiato dieta rispetto a prima. Ho continuato a mangiare il bukari con gli accompagnamenti tradizionali (verdure come il lenga-lenga, il kilanga, ed il cavolo o pesce, ma più raramente.). qualcuna però durante la gravidanza mangia il caolino.

E per tuo figlio: qual è stata la sua alimentazione? Fino a che mese l’hai allattato? E fino a che mese in modo esclusivo? quando ha cominciato a mangiare come gli altri membri della famiglia?

Ho allattato mio figlio fino a 14 mesi, ma da subito ho cominciato a dargli anche il latte in polvere preparato con l’acqua. Poi a 4 mesi ha iniziato a mangiare la bouillie “Castad”(specie di omogenizzato), è una buona marca. A 7 mesi piangeva molto allora ho cominciato a dargli gli stessi alimenti che mangiavamo in casa un po’ per volta. Il the rosso con un po’ di torta alla mattina, il bukari a pranzo accompagnato da verdure (tutti i giorni) e pesce fritto (due o tra volte ala settimana a seconda della disponibilità finanziaria). Alla sera invece mangiamo tutti la bouillie di riso.

Dall’intervista emerge chiaramente come vi sia da parte della madre l’incapacità di riconoscere nella malnutrizione lo stato di malattia e, in secondo luogo, come sia ancora ampiamente diffuso il ricorso alla medicina tradizionale per il trattamento delle malattie specialmente nei villaggi più isolati, laddove i messaggi di sensibilizzazione sanitaria faticano ad arrivare.

Inoltre, nel caso di gravidanze ravvicinate sembra vi siano alcune pratiche tradizionali socialmente elaborate e condivise³ che le madri devono seguire per proteggere il bambino da quella che chiamano mauvaise sorte. Secondo la testimonianza raccolta si tratta di una sorta di “cintura protettiva” che i bambini portano alla vita. Questi “oggetti rituali” vengono confezionati dai guaritori con una serie di amuleti, contenenti specifiche erbe o radici, che servono a proteggere il bambino. In altri contesti la preparazione di cinture simili serviva a proteggere le donne da gravidanze inattese 4

In seno alla comunità vi è quindi il riconoscimento di un possibile cambio psico-fisico nel bambino a seguito di una nuova gravidanza, ma l’unica spiegazione socialmente condivisa ritiene che la causa di questo cambiamento sia da attribuire alla cattiva sorte anziché alla malnutrizione indotta da un brusco svezzamento. Alla scoperta della nuova gravidanza, infatti, la madre interrompe l’allattamento introducendo il bambino all’alimentazione familiare. Lo svezzamento brusco, la scarsa qualità dell’alimentazione, sia in termini di qualità che di quantità, e la situazione igienico sanitaria altamente precaria del contesto rurale sono da identificarsi come le reali cause di un possibile cambio psico-fisico del bambino.

Questo è un breve estratto di una delle molte intervista che hanno accompagnato la mia esperienza estiva nella RDC. Breve ma di fondamentale importanza per avvicinarsi alla reale comprensione delle cause della malnutrizione infantile nell’area di Mabaya.

Federico Munaretto

[1] Ryszard Kapuscinski, Ebano, traduzione dal polacco di Vera Verdiani, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 20.
[2] Ibidem.
[3] La stessa pratica è stata confermata da un’altra madre nel corso dell’intervista.
[4] Luboya Diambila. La sage-femme et le couple mère-enfant chez les Beena Luluwà. In: Journal des africanistes, 1990, tome 60, fascicule 2. pp. 161-171.

 

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